Il nonno col cappello.
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Mio nonno si chiamava Dante.
Ricordo che da piccola, quando i miei amichetti dicevano i nomi dei loro nonni, ero particolarmente fiera del mio: non il solito “Mario” o “Pino” o “Giuseppe”. No. Mio nonno si chiamava Dante, accidenti, un nome importante!
E ai miei occhi di bambina, mi pareva importante anche lui: una postura diritta come un fuso, una corporatura robusta, forte come un toro, con quella gran testa lustra, i pochi capelli tirati indietro con la brillantina, e un paio di baffoni curati in maniera maniacale.
Questo era mio nonno Dante.
Ricordo la sua Simca verde bottiglia, che quando la metteva in moto ruggiva come un leone, e con le foto formato mignon dei suoi nipotini incollate al cruscotto.
Ricordo il suo grembiule da lavoro nero, schizzato di vernice, che indossava come il costume di Superman quando veniva chiamato dalla mamma a fare qualche lavoretto in casa.
Ricordo il nonno Dante, il papà e mia sorella seduti al “tavolo dei grandi” a giocare a Macchiavelli e Scala Quaranta, mentro io li guardavo con invidia, annoiata dal “tavolo delle donne”, con le loro ripetitive partite a briscola e rubamazzo (scusami, cara nonnina-bis!)
Ricordo il suo vocione tonante, i suoi racconti e aneddoti: aveva avuto una vita difficile, il mio nonno Dante, ma non si stancava di parlarne. Di quando andò in guerra contro la propria volontà; di quando fu rinchiuso in un campo di prigionia dove vide tanti amici commilitoni morire; di quando tornò a casa nell’inverno del ’45 saltando giù dal treno in corsa quando riconobbe il suo paese natìo dal finestrino; di quando prese delle manganellate in testa (quella sua bella testona!) durante gli scioperi agrari sotto il Governo Scelba.
Ricordo come amava raccontare l’episodio del “Maestro di Franco”. Il caro Franchino, mio padre, tornò a casa da scuola un pomeriggio con il segno rosso di uno schiaffo sulla guanciotta paffuta. “E’ stato il Maestro” confessò infine disperato, e sebbene fosse un ragazzino di 7 anni turbolento, un manrovescio in faccia non era sicuramente giustificabile, soprattutto per il mio nonno Dante, che aveva solo quel figlioletto che nemmeno lui osava sfiorare con una piuma. Il giorno dopo Franchino sentì bussare alla porta dell’aula, e che sorpresa vedere il suo babbo, vestito con la tuta da lavoro e la sua bella cintura con gli attrezzi da carpentiere, fare il suo ingresso nella stanza! Il Maestro chiese con superbia chi fosse, e il nonno Dante, con calma glaciale, sfoderò dalla cintura un martellone da carpentiere, quindi indicò Franchino e disse: “Vedete quel bambino là?” aspettò lo squittìo di consenso del Maestro, poi continuò “Quello là è mio figlio. E vedete questo martello qui??” aspettò pazientemente un altro squittìo di consenso, quindi concluse “Bene. Se tornate a toccare mio figlio, questo martello ve lo ritrovate in fronte!” poi se ne andò.
Ora, ditemi se mio nonno Dante, quando si metteva il suo grembiule da lavoro, non pareva Superman!
Ricordo infine mio nonno risalire una stradina di montagna, un gran sorriso sulla faccia, una manciata di marusticani selvatici nella tasca del grembiule da lavoro, stanco e sudato, ma soddisfatto di essersi reso utile ancora una volta.
E ci avrebbe distribuito i suoi marusticani, e ce ne sarebbero stati per tutti, così come delle sue storie e dei suoi ricordi, che ormai fanno parte della mia Storia e dei miei Ricordi.
Mio nonno, quando non doveva fare qualche lavoretto, era sempre vestito di tutto punto, e soprattutto portava sempre il cappello.
Ma non era il solito nonno col cappello.
Perchè quando guidava, lo riponeva, diligente, sul ripiano del lunotto della macchina.
Mio nonno Dante è morto il 30 agosto.
E il suo ultimo viaggio lo farà col suo cappello.
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O Mamme o puttane.
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Questo devono essere le Italiane.
Nel nostro Paese il messaggio con cui ci bombardano in continuazione attraverso i media è proprio questo: in Italia, una donna deve fare la sciacquetta in TV oppure la madre di famiglia, possibilmente casalinga.
Una cosa che mi fa incazzare all’ennesima potenza.
Sia chiaro: non ho nulla contro chi vuol fare spettacolo o sceglie di avere una famiglia, anche numerosa.
Facciano pure.
Quello che mi fa incazzare come una bestia, è che la nostra Società sia LETTERALMENTE INTRISA DI STEREOTIPI FEMMINILI: donne giovani e perfette e seminude nelle pubblicità e negli spettacoli, oppure mamme di eserciti di figli. E poi ci domandiamo come mai in Italia gli uomini siano mammoni e maschilisti. E poi ci becchiamo continue inculate, tipo mobbing sul lavoro se sei sposata e in “pericolo” di figliare, o che non sai dove mettere i figli quando devi andare a lavorare (forse perchè non solo DEVI, magari TI PIACEREBBE ANCHE, lavorare!) e sei obbligata a spendere metà stipendio in baby-sitter, o a prenderti giorni di permesso e di ferie (suscitando ire di colleghi i padroni).
E’ L’IMMAGINE COMMERCIALIZZATA DELLA DONNA che contribuisce non poco a tutto ciò.
E IL FATTO CHE ALLE ITALIANE VADA BENE ‘STA SITUAZIONE DI MERDA, E NON SI RIBELLINO MINIMAMENTE. Forse non passa nemmeno loro per la testa che la situazione italiana sia anomala, che negli altri Paesi del Mondo si faccia una fatica bestia a trovare un cartellone pubblicitario per strada con una donna discinta sopra, che in Svezia VIETINO le pubblicità portatrici di stereotipi come “donna ai fornelli, uomini allo stadio”.
E’ UNA COSA SCHIFOSA!
A partire dai TG. Il TG5, il secondo più seguito dagli italiani (se non primo pari merito col TG1) stasera ci ha deliziato con notizione tipo “bimba che nasce in elicottero e non si sa in che comune registrarla” e “Il matrimonio reale di CESSA Clinton” PRIMA DI DARE LA NOTIZIA delle terribili alluvioni in Pakistan! Non solo, subito dopo, l’immancabile servizione estivo, con tutti gli italiani “felicemente giunti a destinazione” (alla faccia di quei pakistani con le pezze al culo) e si precisa che almeno 25 milioni di italiani passeranno almeno un week-end al mare.
Dopodichè, la chicca.
Un servizio sul Raduno che si tiene a Rimini delle famiglie “oversize”, cioè con almeno 4 figli.
Ribadisco, tutto il rispetto per chi decide di mettere al mondo una squadra di calcio, fatti loro.
Quello che mi ha fatto vomitare è stato il tono elegiaco del servizio, il modo in cui hanno presentato le famiglie giganti, con un compiacimento che manco l’Osservatore Romano avrebbe potuto superare, per poi dare risalto alle figure femminili, “donne che si dedicano 24 ore su 24, 7 giorni su 7 alla famiglia, crescendo i figli e seguendo le spese dell’economia domestica”.
PAREVA UN SERVIZIO LUCE DEGLI ANNI 40!!!!
Ecco cosa si vuol far capire agli italiani:
“Le donne sono buone per due cose: belle e gnocche da far sculettare in TV e magari spingere in Parlamento per lubrificare gli occhi degli uomini; oppure di qualsiasi forma, purchè relegate in casa a tirar su i figli.”
Del resto, CaiNano docet.
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Diritti? No, grazie. Preferisco la Sindone.
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Lavoro.
Maternità.
Manifestazione.
Queste parole sono conosciute alla maggior parte della gente.
Ma quanti italiani sanno che sono anche dei diritti?
Quanti italiani sanno che non sono solo parole vuote, che non sono solo “scelte di vita”, ma anche diritti sacrosanti protetti e garantiti dalla Costituzione Italiana e soprattutto da ulteriori leggi posteriori??
A parlare con gli italiani sembra sempre di dover fare i conti coi “bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoti”: “basta cavarsela”, “basta sbarcare il lunario”, “comunque c’è chi sta peggio e non sono affari miei”.
Non ci rendiamo conto che, grazie alla nostra indifferenza, alla nostra noncuranza, al nostro egoismo e alla nostra ignoranza, stiamo perdendo diritti e privilegi preziosi, non solo per le cose materiali che ci assicurano, ma anche per COME tali diritti e privilegi sono giunti a noi: grazie al coraggio, alle lotte, ai sacrifici dei nostri padri, delle nostre madri, dei nostri nonni, che si sono battuti affinchè potessimo avere una vita dignitosa, affinchè potessimo avere il diritto di voto, le ferie pagate e un’istruzione di base decente, tanto per dirne qualcuna.
LAVORO:
Il Governo sta cercando di far passare, tra le altre, una norma che consenta di licenziare i precari “a voce”, senza nemmeno degnare il lavoratore di una comunicazione scritta. Alla faccia di ogni elementare diritto del lavoro, e alla faccia anche della decenza. Fortunatamente, ricordandosi del proprio passato politico (lo facesse più spesso sarebbe meglio) Napolitano ha rigettato questo documento, dichiarandolo incostituzionale. Ma quanti di noi ne hanno sentito parlare?!? Quanti di noi erano al corrente di questo vero e proprio attentato ai nostri più elementari diritti?!?
MATERNITA’:
Ci sono leggi (la più recente del 2000) che vietano il licenziamento della lavoratrice in maternità e fino al compimento del primo anno del bambino, che determina il diritto all’astensione obbligatoria e facoltativa, alla retribuzione e all’allattamento. Leggi preziose per tantissime donne che vogliono essere non solo madri, ma ANCHE lavoratrici, ovvero parte ATTIVA E INTEGRANTE DEL SISTEMA POLITICO ED ECONOMICO DEL PROPRIO PAESE. Di fronte alla denuncia di una madre che, all’annuncio della seconda gravidanza, è stata licenziata in tronco, la risposta DI ALTRE DONNE è stata: “Non capisco perchè una donna che decide di diventare madre pretenda poi anche di lavorare”, “Non capisco perchè una donna che vuol lavorare decida di avere figli”, “Non capisco perchè andare a lavorare quando poi tutto lo stipendio viene preso dalle tate e i figli crescono senza una madre”. Forse queste donne non capiscono che UNA DONNA NON E’ SOLO UN UTERO, ma è ANCHE UNA PERSONA. Una persona con dei diritti, sanciti e garantiti dalla Legge,e anzichè indignarsi perchè questi diritti sono stati calpestati (diritti che le nostre nonne e mamme si sono guadagnate a volte a suon di manganellate!), tirano fuori argomenti stucchevoli che manco nel Medioevo!
MANIFESTAZIONE:
Il 14 e 15 maggio, a Torino, in occasione dell’Ostensione della Sindone, un gruppo di anarchici e appartenenti a Centri Sociali ha fatto “antagonismo pacifico” appendendo uno striscione (“Liberi tutti”) alla Porta Palatina, e megafonando slogan pacifisti in mezzo alla ressa belluina in fila per guardare 5 minuti il Sacro Velo. Il risultato: pestaggi da parte delle forze di polizia (schierate in maniera spropositata per garantire la tranquillità dei pellegrini -e del loro shopping-) e arresti con l’accusa di resistenza alle forze dell’ordine.
A questo, non ho la forza di ribattere.
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La guerriglia che non c’è.
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“RACCONTI PER UNA SOLITUDINE INSONNE” (Subcomandante Marcos, Mondadori Oscar Piccola Biblioteca, € 9 )
Più che una raccolta di racconti, un diario, o anche quella che sarebbe potuta essere una raccolta di posts di un blog.
La vita del militante, del guerrigliero, ma anche dei più umili tra gli ultimi, visti attraverso un caleidoscopio di colori; quelli delle foreste, delle montagne e dei vestiti multicolori degli indios del Chiapas, che da oltre 15 anni lottano per veder riconosciuto il loro diritto di essere e di esistere, tra la schiacciante pressione del Governo messicano da un lato, e dell’indifferenza totale del Resto del Mondo dall’altro.
Ciò che ne risulta sono le pagine di un diario, di un blog, vissuto con la grave leggerezza di una favola, a tratti tenera, a tratti amara, ma sempre, sempre, con la speranza, in cuore, di un lieto fine.
Hasta la victoria, Subcomandante.
Siempre.
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Fine di un incubo… per ora.
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Concita De Gregorio, nel suo editoriale de L’Unità, scrive:
“Questo è un voto di delusione e di rabbia. È così: delusione e rabbia verso un centrosinistra che ha disatteso le aspettative. Che rispetto a quel che l’elettorato chiedeva non ha avuto abbastanza coraggio: di cambiare la sua classe dirigente, di puntare sul rinnovamento, su logiche nuove e non solo su somme aritmetiche di alleanze possibili“
Non avrei potuto dire meglio ciò che provo verso il PD e la sinistra in generale.
Sono emiliana, a queste elezioni ho votato Rifondazione Comunista pur non sapendo nemmeno quale fosse il suo candidato, sapendo solo che avrei comunque riconfermato Errani, e basta, l’ho fatto per NON votare il PD, che trovo un partito debole e IPOCRITA, che non sa decidersi AD ESSERE DI SINISTRA E LAICO, che non sa decidersi a FAR CAPIRE alla gente CHE NON C’E’ NIENTE DI MALE AD ESSERLO, CHE ANZI ESSERE DI SINISTRA E LAICI è la cosa più bella, democratica, tollerante del mondo.
Avevo l’incubo che la sinistra perdesse l’Emilia-Romagna, avevo davvero il terrore di finire in mano alle destre e alla Lega, così non è stato ma per stretta misura.
Eppure l’esempio che la sinistra è sempre riuscita a dare in questa regione è un esempio meraviglioso: le regioni “storiche” della sinistra (Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria) sono quelle di centro-nord in cui il rapporto “ricchezza-qualità della vita” è il migliore in assoluto: “si sta bene” economicamente, ma c’è rispetto per la vita, l’ecologia, l’ambiente, il patrimonio artistico e culturale. Abbiamo biblioteche meravigliose anche nei paesetti più piccoli come il mio, licei e Università prestigiosi.
L’unico, enorme problema che abbiamo e che non riusciamo ad affrontare è quello dell’immigrazione. E QUESTO, solo questo sta fregando la Sinistra.
E’ dura veder gente per le strade del proprio paese dire “sono Anticomunista da sempre, aiutami a strappare la tua casa ai comunisti” come se essere comunisti fosse un reato, come se non avessimo reso bellissima e ricca l’Emilia.
Voglio smetterla di dover scrivere sul profilo di Facebook, alla voce orientamento politico: “comunista non rappresentata”.
Voglio una Sinistra VERA.

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DNA
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A volte non so come chiamarlo.
Destino?
Educazione?
Genetica?
Forse una combinazione di tutte queste cose. Fatto sta che da sempre ho avuto la consapevolezza delle mie origini, poichè non sono mai mancati i momenti in cui, in famiglia, ci si fermava a parlare del passato, degli antenati, e delle loro vicessitudini. E da sempre ho avuto la consapevolezza di essere l’ultimo anello di una lunga, robusta, magari un po’ grezza, ma tenacissima catena.
Il mio trisavolo Cesare Monteventi era un socialista che negli anni ’20 del XX secolo si convertì al comunismo. Non era più un giovanotto quando dei Camerati del Fascio decisero di “dare una lezione” al Monteventi. Ma avevano fatto male i loro calcoli, o come minimo non avevano mai visto Cesare Monteventi. Era un omone forte come un toro che non si lasciava intimidire facilmente. Fermarono lui e il suo carro sul Ponte del Lavino (a pochi chilometri da Bologna), dicendogli che era ora che lo stessero ad ascoltare, se non voleva che gli portassero via il carro. Lui non disse nulla, si limitò a guardali a lungo. E sempre guardandoli, scese dal carro, staccò i cavalli, si chinò sotto l’assale incuneandoci sotto la schiena, fece forza sollevando il carro, e sfilò come se niente fosse una ruota. Poi riappoggiò il carro, che ciondolò zoppo, e, sollevando con le due braccia la ruota, disse ai stupefatti camerati: “Cos’è che dovete dirmi, voialtri?”
I fascisti se ne andarono velocemente, senza neanche salutare.
Il mio bisnonno Valentino Monteventi era ancora più grande e grosso di suo padre. Era alto più di un metro e novanta, e aveva fama di mangiare, a colazione, 7 uova strapazzate. Del resto, erano sempre 7 le uova di tagliatelle che riusciva a mangiare la domenica. Anche lui era comunista, e anche a lui, verso la fine degli anni ’30, gli squadristi decisero di dare una lezione. Si presentarono in quattro (loro conoscevano Valentino Monteventi) ma sbagliarono la tempistica. Il mio bisnonno era intento a macellare il maiale. Andò ad aprire la porta col grembiulone lordo di sangue sull’immenso petto nudo, un coltellaccio insanguinato in mano e, credo, uno sguardo non proprio cordiale nei glaciali occhi azzurri.
“Che diavolo volete, voi?”
“Uh… dovremmo…”
Il mio bisnonno non era tipo da perdersi in ciance (doveva averlo imparato dal padre) e agguantò il primo squadrista a portata di mano per il collo, sollevandolo di un buon trenta centrimetri da terra e ringhiandogli in faccia:
“Ho da fare, se dovete dirmi qualcosa, fatelo in fretta”
Anche questi si dileguarono in meno di un nanosecondo, dopo aver recuperato da terra il compare lasciato cadere, quasi esanime, dal manone del Monteventi.
I quattro figli di Valentino Monteventi erano tutti più bassi e più snelli di lui, tranne uno, Leo, che era mite e dolce, ma che aveva imparato l’antica arte di sollevare un carro sotto l’assale con la forza della schiena per intimidire i fascistelli di turno. Il fratello maggiore, Onelio, divenne Capitano Partigiano durante la Seconda Guerra Mondiale, riuscendo in un’unica azione solitaria a catturare un’intera camionetta di soldati tedeschi, convincendoli con poche parole che erano completamente circondati da una banda di partigiani e che gli conveniva arrendersi. Si arresero senza sparare un colpo. E ovviamente il Capitano Onelio era da solo come un cane. A differenza del padre e del nonno, usava meno la forza e di più il cervello, era un notevole affabulatore.
Altrettanto bravo a parlare era il più piccino della nidiata, Giordano, battezzato Giordano Bruno, manco a dirlo comunista e anticlericale. La gobba gli impediva di essere prestante come i fratelli, ma la lingua funzionava benissimo. Faceva il barbiere, ed era noto come “il barbiere-filosofo di Anzola”. Intere generazioni di ragazzini più o meno grandi hanno imparato chi fosse Marx seduti sulla sua poltrona da barbiere.
Mio nonno era il secondogenito Dante. Non era particolarmente bello, nè particolarmente forte e temo che non fosse nemmeno particolarmente brillante. Ma aveva la resistenza di un bue. Sopravvisse a tre anni di campo di concentramento in Francia, tornò dalla moglie sposata per procura a guerra abbondantemente finita. E nel dopoguerra, dopo aver fatto lo scariolante, si ritrovò a fare il bracciante. Inevitabilmente, visto che pure lui era comunista (decisamente un vizio di famiglia), incrociò le braccia durante i famosi scioperi agrari sotto il Governo Scelba. Inevitabilmente, fu picchiato dai celerini e sbattuto in prigione.
Fu rinchiuso per qualche mese nella prigione bolognese di San Giovanni in Monte.
E io trovo che ci sia una sorta di poetica giustizia nel fatto che io, sua nipote, cinquant’anni dopo, frequentai i miei corsi universitari proprio lì, a San Giovanni in Monte, nel frattempo diventato sede del Dipartimento di Storia. Ho varcat0, da studiosa di Storia, la stessa soglia varcata da mio nonno in catene e con la testa sanguinante.
E inevitabilmente penso al sangue che mi scorre nelle vene. E al fatto che non sia stato il caso a portarmi a San Giovanni in Monte. No.
Decisamente non il caso.
Valentino Monteventi durante la Grande Guerra
I piccoli fratelli Monteventi
Il complesso di San Giovanni in Monte
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Da che pulpito…
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A volte mi sembra di vivere in un sogno.
Uno di quei sogni grotteschi e assurdi da cui non riesci a svegliarti, in cui i pesci volano, la gente gira in mutande per strada e tu ti accorgi di essere uscito di casa in ciabatte. Si, quei sogni bislacchi che quando alla fine ti svegli, ti senti irritabile per tutto il giorno perchè ti pare di aver sprecato l’occasione di poter sognare qualcosa di bello e piacevole…
Ecco.
Quando il CaiNano fa certe esternazioni, che manco Tarantino in crisi di idee con una supposta su per il deretano potrebbe partorire, quando lo CaiNano fa certe affermazioni, mi viene da chiedermi se non stia sognando.
Silvio Berlusconi: “Non mi convince del tutto [il bavaglio alle intercettazioni, ndr] perché lo vorrei ancora più severo, però l’attuale testo sulle intercettazioni in Senato è meglio della situazione attuale che è di barbarie pura, penso si debba proseguire con quel testo”.
Come si permettono quei barbari inquirenti di far fuori tutti i suoi compagnucci e di metter naso nei suoi affarucci?!? Il suo partito rischia di venire distrutto peggio che il sacco di Roma, pover’anima!!!
Silvio Berlusconi: “Ho in animo di presentare un provvedimento [sulla corruzione, ndr] addirittura nel prossimo CdM. Sto lavorando ad un inasprimento“.
Si, perchè le pene per i corruttori non sono abbastanza blande. Bisogna proprio abolirla, ‘sta fissazione che se esiste un corrotto, allora si debba condannare pure il corruttore (vedi caso Mills…).
Ma la perla finale è il suo capolavoro di demagogia, macchè demagogia, di ipocrisia, ma no, troppo “blanda” come parola, di facciatostaggine, di paraculaggine.
Silvio Berlusconi: “Chi commette reati non può restare nei partiti. Macchè ritorno a Tangentopoli! Tutti i partiti hanno il finanziamento pubblico (?). Su 100 persone, possono esserci 1, 2, 3, 4 o 5 individui che possono essere dei birbantelli o dei birbanti che approfittano della loro posizione per interesse personale”.
A parte la scelta da brivido della terminologia da asilo infantile del CaiNano (ma chi dice più la parola “birbante”?!? “Birbantello” poi…!!), c’è da pensare che, se tutti dovessero seguire il suo caldo consiglio, nel suo partito (come in qualunque altro) ci rimarrebbe davvero ben poca gente a scaldare i sedili delle Camere.
E noi rimarremmo senza Presidente del Consiglio.
Magari…

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Film
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“L’UOMO CHE VERRA’” di Giorgio Diritti (2009)
C’è un parco, unico nel suo genere, sugli Appennini bolognesi.
E’ sprofondato in un silenzio sovrannaturale, accentuato dal frusciare delle fronde degli alberi e dal frinire incessante delle cicale.
Pare un luogo fatato, immobile e remoto, cristallizzato in un tempo lontano, una sorta di muta cattedrale a cielo aperto.
Una cattedrale di oltre 6300 ettari in cui riposano le vite, le speranze, i sogni umili delle vittime dell’eccidio nazifascista comunemente conosciuto come “Strage di Marzabotto”.
Dista poche decine di chilometri da casa mia, e forse per questo non posso giudicare obiettivamente questo film (sempre che sia possibile giudicare qualcosa con obiettività). I miei nonni e i miei genitori parlano quasi lo stesso dialetto dei personaggi di questo film. E le vicende dei miei avi sono assai simili alle loro. Forse per tutti questi motivi non sono la persona più adatta a commentare un film del genere.
Il coinvolgimento è stato totale.
E le armi al servizio di Diritti non erano molte, e alcune avrebbero potuto rivelarsi a doppio taglio.
Rischioso, a parer mio, adottare il punto di vista di un bambino: perchè si rischia quasi sempre di scivolare nel nostalgico-sdolcinato, o nella lacrima facile. In questo film non c’è nulla di melenso, nè di facile.
Ammirevole è la cura antropologica che Diritti mette nella rievocazione di un’epoca, dei suoi usi e costumi, oltre che del linguaggio. Nella prima parte del film ti fa entrare nel cascinale di una famiglia contadina, ti fa vivere tra loro, condividere il loro semplice cibo, le loro afflizioni, i loro affanni, le loro piccole gioie quotidiane. Ti affezioni a queste persone, le senti un po’ come dei parenti tuoi, e soffri già per loro, perchè sai già come la storia finirà.
Il secondo tempo è un lungo calvario, una sofferenza continua. Segui le persone che hai imparato ad amare nei loro inutili tentativi di sfuggire ad un destino più grande di loro. L’eccidio vero e proprio, quando si compie, è quasi appena accennato, senza violenze gratuite, senza abbondanti spargimenti di sangue, con la fotografia desaturata a quasi un bianco e nero.
E perciò fa ancora più male.
E dura a lungo, perchè sono stati CINQUE i giorni di massacro che hanno cancellato dalla faccia della terra almeno tre villaggi sul Monte Sole.
E quando arrivi al termine di tutto questo dolore, non c’è un finale compiacente, non c’è nessuna possibile lieta fine… tranne che quella lieve, flebile della speranza che vagisce in mezzo al caos della distruzione.
Altro pericolo scampato da Diritti è quello di cadere in difficili dispute politiche, o in stereotipi sgradevoli. In questo film non ci sono nè vincitori nè vinti, nè santi nè eroi. In ciò è molto simile al dittico di Eastwood su Iwo Jima: far vedere che il nemico è anche un essere umano, e che l’alleato può essere barbaro. L’occhio lucido e diretto della piccola protagonista vede la realtà per quella che è, lontano da sentimentalismi o ideologie politiche: uccidere è sempre brutto e insensato, e basta. Così come la guerra, da qualunque parte tu ti batta, è un abominio in cui “gli unici vincitori sono quelli che riescono a sopravvivere”.
Sul Monte Sole non hanno vinto in molti…
Si può leggere su un cippo del parco:
“Il 29 settembre 1944 un’ampia fascia di territorio compresa fra i fiumi Reno e Setta nei Comuni di Marzabotto, Grizzana, Monzuno, venne circondata dall’esercito tedesco e da truppe speciali delle SS e fatta oggetto del più grande massacro di civili perpetrato nell’Europa occidentale durante la seconda guerra mondiale. Nell’eccidio di Monte Sole (la cima della zona che oggi per estensione designa l’intera area), più noto come eccidio di Marzabotto (il comune più colpito) morirono 770 persone. Le comunità insediate a Monte sole da secoli, famiglie di piccoli proprietari e mezzadri, sparse in casolari e borghi, vennero cancellate in pochi giorni. A S.Martino,Casaglia, San Giovanni di Sotto, Cerpiano, e in molti altri nuclei abitativi di crinale, la vita cessò del tutto.”

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SULLA SICUREZZA NON SI LUCRA!
Posted by Rossa | Filed under 1
Trovo ripugnante (come al solito) che i Media italiani non si scomodino a far notare all’Italiano Medio (scusate il gioco di parole) l’AMORALITA’ della proposta di Decreto Legge ora in Parlamento per la trasformazione della Protezione Civile in una Società per Azioni.
Tale DL è AMORALE per il semplice fatto che dovrebbe risultare vergognoso per chiunque il solo concetto di INVESTIRE IN PREVISIONE DI GUADAGNI su un’organizzazione di pronto intervento in caso di calamità.
CHE COSA CI SARA’ MAI DA GUADAGNARE dal diventare azionista della Protezione Civile?!? La risposta può essere inquetante… Appalti per la ricostruzione? I fondi stessi donati dagli ignari italiani a favore di popolazioni bisognose dopo una catastrofe naturale?!?
E CHI CI GUADAGNERA’?? CHI SARANNO GLI AZIONISTI?!?
Perchè i TG non pongono queste domande? Perchè non cercano di trovare delle risposte??
PERCHE’ I TG ITALIANI NON FANNO IL LORO DOVERE?!?!?!?
La risposta appare fin troppo ovvia… e fin troppo squallida.
PREGO CHIUNQUE ABBIA UN BRICIOLO DI COSCIENZA E DI SENSO CIVICO DI FIRMARE LA PETIZIONE DE “LA REPUBBLICA” contro il DL per la trasformazione della Protezione Civile in una Società Per Azioni.
Cliccate sul link
http://temi.repubblica.it/repubblica-appello/?action=vediappello&idappello=391138
e immettete i pochi dati richiesti.
Vi porterà via pochissimi minuti di tempo.
Ma la vostra coscienza sarà forse un po’ più tranquilla, dopo, sapendo di aver fatto qualcosa. Forse qualcosa di piccolo che non servirà a nulla, ma avete pur sempre fatto qualcosa!

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Aggiornamento Blog
Posted by Rossa | Filed under 1
Ho aggiornato un po’ il blog inserendo alcuni post in realtà scritti rispettivamente a ottobre e dicembre 2009 e a gennaio di quest’anno.



